Il filo rosso di Elena Chioccarelli

 

In un sorvolo aereo sulle Ambe in Etiopia, Giulia Patrizi Carrega, nonna di Elena Chioccarelli, artista, osserva i monti ed i campi dall’alto e scrive nel suo diario “Qui si vede che c’è vita!” come se sbocciasse la sua mente davanti alla potenza dei colori che osserva “Rossi sono i fiori delle Euphorbie, rossi i Berberè, peperoni messi al sole davanti ai Tucul.” 

“Vita” è il primo dipinto di Elena Chioccarelli che ho visto, si innalza venato di rosso minerale, un ossimoro di potenza-evanescenza.

 

Elena Chioccarelli non è mai andata in Etiopia. Nei suoi dipinti dove si misura tra astratto e figurativo, crea una traccia su tela o carta che si incrocia con le orme di sua nonna. Giulia, a soli trent’anni si era trasferita ad Addis Abeba con i suoi cinque figli nel 1938 per raggiungere il marito, Saverio Patrizi Naro Montoro, esploratore e zoologo, inviato nelle colonie qualche mese prima come esperto di fauna africana. 

 

I colori dell’artista restano sospesi, velati, un accenno di pennellata per descrivere il viaggio dei suoi antenati in “Partire”, una nave spettrale portatrice di ebrezza e “sgomento” dalla quale l’isola di Capri svanisce sull’orizzonte per portarli verso l’ignota Africa. La scrittura di Giulia Patrizi fa emergere mondi sensibili e violenti che la nipote raccoglie, incorpora e rende suoi; ricama sui diari con il pennello dove il colore diventa un ricamo-richiamo, un generoso vaporoso “doppio ricamo”. Questo lessico familiare prende spunto dai ricordi e le parole di sua nonna nei titoli. L’artista traduce i colori descritti nel diario di viaggio: “la luce è così azzurra ed irreale che pare un sogno, e quei monti laggiù dopo la piana serena, azzurri anche loro e d’oro.” In “Luce” Elena Chioccarelli distende oli di blu impero, blu di Prussia, azzurri bianchi e campi di grano caldi roventi. Una riga rossa incerta disegna una separazione astratta tra campi e montagna, un delicato filo di sangue che si insinua, un sospiro premonitore, in tante delle opere. 

 

Corpi di filigrana bianca appena visibili si distinguono per la loro fragilità nei paesaggi portentosi e degradanti; devi cercarli per vederli, rimangono in superficie, come se non appartenessero, come vite che attraversano paesaggi non loro. 

La questione del colonialismo italiano in Etiopia porta un’eredità complicata che solo ora inizia a diventare un tentativo di presa di coscienza nazionale. Negli scritti di Giulia Patrizi l’amore per l’Africa ed i suoi colori, animali, piante e l’accoglienza dei locali è sotteso, anche se non mai dichiarato, dall’idea del possesso di una terra, la quale idea viene messa alla prova dopo pochi anni quando, nel 1941, le truppe britanniche la sottraggono agli italiani. 

 

Gli eventi che seguirono costituiscono una storia meno conosciuta, le lunghe tribolazioni di 28.000 italiani prigionieri nei campi di concentramento in Etiopia per poi essere evacuati sulle “Navi Bianche” in condizioni estreme e durissime descritte da Giulia Patrizi: “poi seppi che erano funerali di mare. Erano quasi sempre bambini provenienti e già indeboliti, dai campi di concentramento, mal coperti e mal nutriti. Morivano di bronchite ed enterite. Non era certo una cosa allegra.” Con il suo stile incisivo, raffinato ed evocativo, l’autrice non affoga mai nell’autocommiserazione malgrado le paure, la stanchezza e la tristezza che osserva tutto intorno a sé durante l’interminabile esodo.

 

L’artista riporta nelle sue opere questo spirito indomito e allo stesso tempo leggero della nonna, simile ai “frulli di volo” che osserva il nonno negli uccelli che studia durante la sua prigionia in Kenya. Elena Chioccarelli descrive una percezione a lei familiare della vita, un modo per distaccarsi dalla sofferenza attraverso le parole di Giulia Patrizi ed i suoi colori: sua nonna mantiene un occhio spigliato sul bello ed il curioso che la circonda anche nelle condizioni più scomode, disastrose e agitate “godendo” (parola che riappare spesso nel diario) della vita che la circonda. L’artista coglie questa capacità di fare astrazione del dolore suggerendo uno sguardo traslato, altri modi di vedere, altri modi di capire i paesaggi. Il suo è un lavoro non invasivo, uno sguardo discreto sul diario sfogliato con attenzione, un delicato controcanto alle voci del passato.

 

Una montagna grigia domina e attrae nella distanza (‘Cammino’), preceduta da zone acquifere azzurre-bianche trapunte da piccole forme vaganti rosse; potrebbero essere fiori o persone, avviate verso un nuovo ignoto. Nella dimensione onirica trapela la sensazione che l’artista non vuole interpretare la realtà, la può soltanto immaginare. Nei risplendenti ed arditi “Fiori Sconosciuti” si sincretizza la passione per  i fiori che condividevano i suoi nonni e che li hanno aiutati a rimanere resilienti davanti ai loro destini duri, avvolti dalla disperazione nelle ore più buie (l’evacuazione della nonna e la prigionia del nonno), separati per cinque anni, spesso senza notizie l’uno dell’altro per mesi, anche per un anno intero, per via delle comunicazioni interrotte dalla guerra. Lo strazio di questo spacco violento viene come rimarginato dal sottile filo rosso-sangue che tesse Elena Chioccarelli e che unisce tra di loro le tele e la sua storia di famiglia in un ricamo di resistenza e di coraggio davanti alle prove più dure. Come un’interpretazione delle parole stoiche di Rudyard Kipling che ha divertito i soldati britannici quando hanno trovato la poesia nella borsa di Giulia Patrizi all’inizio della partenza da Addis Abeba: 

 

“If you can keep your head when all about you

Are losing theirs ….”

 

Gli schizzi e le fotografie nitide e forti del nonno Saverio ed i disegni botanici accurati della nonna Giulia compiuti nelle gite esplorative accompagnano i ricordi familiari della nipote con una meditazione studiosa-scientifica. Quando l’artista prende spunto per “Donna Etiope” da un disegno di Saverio rivela un volto scomparso, un andare verso qualcosa senza mai riuscire a carpirlo. Lo sguardo fotografico degli italiani colonizzatori sugli Etiopi è stato studiato soprattutto dal punto di vista dell’orrore delle umiliazioni e dei sevizi condotti sugli Etiopi e delle fotografie di donne Etiopi nude, pseudo-antropologiche. Raramente si parla delle fotografie fatte con sguardi rispettosi o atteggiamenti empatici: vorrei suggerire che sia il caso del ritratto fatto da Saverio Patrizi di un padre di famiglia Etiope avvolto in uno scialle bianco con in braccio suo figlio ed una mano piegata dolcemente sulla spalla della figlia. È una fotografia intrisa di emozioni ancora tutta da decifrare che ricorda alcuni degli scatti di Curzio Malaparte tenuti all’oscuro fino agli anni ottanta: ritratti di Etiopi con i quali sembrava ci fosse un rapporto di amicizia ed intimità in contrasto con i suoi scritti vittoriosi-colonizzatori da corrispondente sul Corriere della Sera. 

 

Le lunghe file di rifugiati che popolano i dipinti di Elena Chioccarelli nel chiudersi del ciclo di opere descrivono l’aumentare del numero degli evacuati con ogni tappa del triste ed umiliante viaggio di ritorno in “Patria”. In “Il Viaggio”, “Lascio dietro di noi”, “Fuga” o “Esodo” si distinguono meglio le ombre umane grigie in moto cosi lentamente da parere graffi in limbo, uno scomodo ricordo di una nostra gravissima attualità. 

Quando Saverio Patrizi si interroga nel suo diario dal campo di prigionia Londiani in Kenya “le formiche superstiti saranno in grado di rifornire la colonia? Anche noi italiani siamo oggi come le formiche sbandate dal nido distrutto”, forse ne prende spunto la nipote dove, a volte, le file di esseri umani paiono file di formiche in viaggio, alla ricerca di un rifugio sotto un cielo Africano che  potrebbe annichilire.

 

Come il nonno Saverio che in prigionia ha costruito un microscopio fatto di recupero di lattine e fondi di bottiglia, Elena Chioccarelli ci propone un’altra lente, sfuocata e dilatata, dalla quale percepire un momento della sua storia familiare come quella di tanti altri italiani, complicato, violento e dimenticato. Elena ci invita a guardare questo riaffiorare di una storia in tutte le sue contraddizioni, in termini psicoanalitici Das Unheimliche, il perturbante, sul quale spesso si preferisce non riflettere troppo per evitare di pensare a chi soffre oggi.

 

                                                                                                                 

Martina Ludwina Caruso.